Quando tuo figlio è in terapia intensiva neonatale

Il bambino non è a casa, tua moglie viene dimessa prima di lui, e tu sei l’unico che può stare in due posti. Cosa ti chiedono davvero le settimane in TIN.

· 10 min di lettura

Il parcheggio dell'ospedale alle undici di sera è quasi vuoto. Hai al collo un badge con una tua foto venuta male, in mano un sacchetto con il golfino e il caricabatterie di tua moglie, e dietro, agganciato al sedile, un ovetto che non ha mai trasportato nessuno. Tre piani sopra di te, in una stanza che suona, c'è una persona da due chili dentro una scatola di plastica che porta il tuo cognome.

A questa parte non ti prepara nessuno. I libri parlano del travaglio e parlano della prima notte a casa. Salta tutto quello che c'è in mezzo: le settimane in cui tuo figlio abita in ospedale e tu abiti in macchina.

Se può servirti saperlo: non è una cosa rara. L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2020 siano nati prematuri 13,4 milioni di bambini nel mondo, circa uno su dieci, con tassi nazionali che vanno dal 4% al 16% dei nati. In Italia si parla di qualche decina di migliaia di nati pretermine ogni anno, e a questi vanno aggiunti i bambini nati a termine che finiscono in Neonatologia per un ittero, un'infezione, un parto difficile, una respirazione che non parte. La terapia intensiva neonatale è uno dei luoghi più comuni al mondo in cui un uomo diventa padre. Ognuno di quei bambini aveva un padre in piedi in un corridoio, con un camice di carta in mano e il lavandino indicato a gesti.

Quello che segue non parla di come reggere il colpo. Parla di cosa fare domani mattina.

Sei l'unico che può stare in due posti

Questo è il fatto strutturale delle prossime settimane, e tutto il resto ne deriva. Tuo figlio è in un reparto. Tua moglie, dopo un giorno o due, è a casa. Tu sei l'unica persona che si muove tra i due.

Sembra un dettaglio logistico. Non lo è. Significa che saprai cose che lei non sa. Sarai tu in reparto alle sette del mattino quando l'infermiera della notte dice che l'ossigeno è scesso. Sarai tu quando un medico che non hai mai visto usa una parola che non hai mai sentito. Poi tornerai a casa, o percorrerai due corridoi, e tua moglie ti guarderà in faccia prima che tu apra bocca. Quello che legge lì diventa la sua versione della giornata.

Da qui si sbaglia in due modi. Il primo è filtrare tutto in buone notizie, perché lei si sta rimettendo e non vuoi spaventarla: dopo tre giorni non crede più a niente di quello che dici, perché nessuna settimana in TIN è fatta solo di buone notizie. Il secondo è scaricarle addosso il flusso grezzo, ogni numero e ogni "vediamo domani", esattamente nel momento in cui ha meno forze per tenerlo. Nessuno dei due è onestà. Onestà è: dille tutto, ma dillo in ordine. Prima cosa è cambiato, poi cosa vuol dire, poi cosa stanno facendo. È l'ordine che rende la cosa sostenibile.

L'altra metà del lavoro è scrivere. Ti daranno numeri ogni giorno: peso in grammi, percentuali di ossigeno, millilitri di latte, emogas, il nome di chi c'è di guardia stanotte. Al quarto giorno è tutto una nebbia, ed è la nebbia che ti fa sentire inutile. Stasera compra un quaderno. Di carta, da tenere nella borsa che va in ospedale, non una nota sul telefono che finirà sepolta sotto le chat. Metti la data su ogni pagina. Scrivi il peso, con chi hai parlato, l'unica cosa che è cambiata, e ogni parola che non hai capito, così domani la chiedi.

Le tue mani fanno parte della cura

La prima volta che lo prendi in braccio lì dentro, qualcuno ti sistemerà i fili addosso mentre lo fai, e avrai la sensazione di averlo in prestito. Quella sensazione è l'unica cosa in questo articolo che vale la pena contestare, perché è falsa, ed è l'errore più grosso che un uomo può fare in una TIN: decidere di essere un visitatore.

Il contatto pelle a pelle — tuo figlio sul tuo petto nudo, sotto una coperta, per un'ora o più — non è una concessione affettiva che le infermiere fanno quando hanno tempo. È cura. Una revisione sistematica degli studi sul pelle a pelle fatto dai padri, che ha raccolto 478 padri e 511 bambini nati prima della trentasettesima settimana, ha trovato effetti positivi sulla fisiologia e sul comportamento del neonato sostanzialmente simili a quelli ottenuti dalle madri, e segnala un effetto positivo anche sulla salute mentale dei padri. Gli studi sui padri in particolare sono ancora pochi e piccoli, quindi non raccontartela più grossa di com'è. Ma la direzione è chiara, e conta soprattutto nella situazione esatta in cui ti trovi: quando tua moglie è in un altro reparto, si sta rimettendo da un cesareo o è troppo stremata per stare seduta un'ora, tu non sei un ripiego. Sei il petto disponibile.

Il problema pratico è che quasi mai succede se non lo chiedi. E in Italia c'è un ostacolo in più, che non è colpa tua: secondo la Società Italiana di Neonatologia, qualche anno fa solo il 61% delle TIN italiane permetteva ai genitori l'accesso 24 ore su 24, con differenze molto forti da regione a regione, e circa la metà dei centri censiti aveva almeno una family room. Tradotto: il reparto in cui sei capitato può avere orari stretti, e scoprirai in fretta se è così. Non prendere il primo "no" come la regola definitiva. Chiedi quali sono gli orari veri, se esiste una deroga, chi decide.

Domani fai una domanda precisa: "Posso fare il pelle a pelle oggi, e a che ora vi va bene?" Non "si può", ma a che ora. Portati una camicia che si apre davanti, spegni il telefono e mettiti in testa un'ora, non dieci minuti. Se oggi è no per una procedura o perché ha bisogno di ossigeno, chiedi cosa servirebbe perché diventi sì, e richiedilo domani.

Lei viene dimessa prima di lui

È il pezzo di burocrazia più crudele della medicina moderna e nessuno ti avvisa. Il suo corpo si sta rimettendo e il posto letto serve, quindi a un certo punto un'infermiera dirà a tua moglie che può andare a casa. A casa senza il bambino.

Cerca di capire dove sta tornando. È distrutta fisicamente, probabilmente operata, quasi certamente con i punti, di sicuro senza dormire. Tira il latte ogni tre ore giorno e notte per un figlio che non è nella stanza, che è un lavoro meccanico e ingrato: venti millilitri e molta rabbia. Ed è l'unica dei due che non può stare con suo figlio quando vuole. Il senso di colpa che arriva con tutto questo è irrazionale, enorme, e non glielo levi parlando. Non provarci.

Quello che puoi fare è toglierle di mano ogni pezzo di logistica, così l'unica cosa su cui spende energia è rimettersi in piedi e arrivare in reparto. Vuol dire che il latte è tuo: sterilizzare i pezzi del tiralatte, etichettare i biberon con nome, data e ora, la borsa termica, il viaggio, la consegna al frigo giusto. Le visite sono tue, nel senso che le fermi tu: sua madre, tua madre, l'amico che vuole passare con il regalo, ricevono un messaggio da te, non da lei. E i fratelli, se ci sono, sono tuoi, compresa la versione onesta in due frasi del perché il bambino non è a casa.

E occupati del lavoro subito, non quando crolli. In Italia le regole su questo sono più favorevoli di quanto la maggior parte degli uomini immagini, ma bisogna muoversi. Il congedo di paternità obbligatorio è di dieci giorni lavorativi e, in caso di parto prematuro con ricovero del neonato, è previsto che possa essere differito, in tutto o in parte: tradotto, puoi provare a non bruciarlo mentre tuo figlio è accudito dalle infermiere e a usarlo quando torna a casa, che è il momento in cui servirà davvero. Tua moglie, dal suo lato, può chiedere la sospensione del congedo di maternità durante il ricovero del bambino e rinviarne il godimento alla data delle dimissioni, con certificazione medica e a condizione che le sue condizioni di salute siano compatibili con il rientro al lavoro. Le procedure cambiano e i dettagli contano, quindi verifica con l'INPS o con un patronato invece di fidarti di un forum. Oggi manda due messaggi: uno all'ufficio del personale per chiedere per iscritto cosa è previsto nel tuo caso, e uno al gruppo di parenti e amici che chiedono aggiornamenti, per dire che le notizie le darai tu quando ci saranno e che non devono chiamare il reparto.

Imparare a fare domande al giro visite

Verso il quinto giorno ti accorgi che il reparto ha un ritmo, e che nel ritmo c'è un momento in cui un medico e un gruppo di persone con casacche di colori diversi si fermano ai piedi della culla e parlano di tuo figlio in una lingua che non conosci. A quel momento puoi esserci. La maggior parte degli uomini fa mezzo passo indietro, annuisce, e poi chiede all'infermiera cosa volesse dire.

Fai il contrario: avvicinati. Non aggressivo, non il padre rompiscatole che ha letto un forum e vuole discutere i parametri del ventilatore — quell'uomo non serve a nessuno e ti costa la benevolenza delle persone che stanno tenendo in vita tuo figlio. Ma il padre che fa tre domande chiare, scrive le risposte e conosce l'andamento del peso diventa un padre a cui l'équipe parla direttamente. E questo cambia la qualità delle informazioni che ricevi per tutto il resto del ricovero.

Le domande che funzionano sono noiose e precise. Cosa è cambiato nelle ultime ventiquattro ore? Cosa stiamo aspettando prima del passo successivo: un peso, un volume di latte, il distacco dal supporto? Cosa dovrebbe succedere perché torni a casa, e con che tempi se tutto va bene? E quella che quasi nessuno fa: a cosa devo stare attento io, e chi chiamo se alle due di notte mi preoccupo? Fai queste e smetti di essere spettatore della cura di tuo figlio.

Stasera scrivi tre domande sulla pagina di domani del quaderno. Poi fattele a voce al giro visite e scrivi le risposte sotto. Se riesci a ricordarne una sola, che sia: "Cosa stiamo aspettando prima del passo successivo?"

Nessuno ti chiederà come stai

Chiederanno del bambino. Chiederanno di tua moglie. Passerai tre settimane in un corridoio a rispondere di altre persone, e la risposta onesta su di te — che hai paura, che la prima volta che l'hai visto non hai sentito niente e la cosa ti sta mangiando, che sei rimasto in macchina nel parcheggio senza riuscire a entrare — non va da nessuna parte.

Vale la pena conoscere i numeri, perché gli uomini tendono a credersi l'unico caso. Una revisione sistematica con meta-analisi sui genitori di bambini ricoverati in terapia intensiva neonatale ha trovato sintomi d'ansia in circa un quarto dei padri, stress in circa un quinto e depressione in circa uno su otto: valori più bassi di quelli delle madri, ma tutt'altro che trascurabili. Una rassegna pubblicata su una rivista di neonatologia osserva che i padri con un figlio in TIN presentano più stress e ansia dei padri di bambini non ricoverati, con un rischio più alto di depressione e di disturbo post-traumatico da stress. Le revisioni sul post-traumatico dopo un ricovero neonatale riportano percentuali molto variabili nei padri, da quasi zero fino a un terzo a seconda dello studio e dello strumento usato, e fino a un terzo dei genitori nel complesso con sintomi post-traumatici legati a quell'esperienza. C'è anche uno schema che i clinici descrivono spesso: il padre tiene tutto insieme in modo impeccabile durante il ricovero e si sfascia dopo, quando il bambino è a casa, è salvo, e il lavoro è finito.

Quindi due cose. Mentre ci sei dentro, di' la verità a una persona: non al gruppo, a una persona, una frase onesta, senza aggiornamento medico attaccato. E sappi che se crolli tre mesi dopo le dimissioni, quando oggettivamente va tutto bene, quella è una forma conosciuta di questa storia e non un difetto di carattere — ed è una cosa da dire al medico di base invece di aspettare che passi.

Oggi manda un messaggio che non contenga nessuna informazione clinica. A tuo fratello, al tuo amico più vecchio, a chi vuoi. Qualcosa tipo: "Il bambino è stabile. Io non sto benissimo. Non mi servono consigli, volevo solo che qualcuno lo sapesse." Tutto il messaggio è questo. Mandalo.

Il giorno in cui l'ovetto entra invece di uscire

Finisce. Non con una data che qualcuno possa darti, e probabilmente due settimane dopo la prima che ti avevano accennato, ma finisce. Una mattina porti dentro quell'ovetto invece di riportarlo in macchina vuoto, e qualcuno ti mostra come allacciare un bambino che pesa meno di un sacchetto di zucchero, e torni a casa a trenta all'ora come se trasportassi nitroglicerina.

Poi succede una cosa strana: tutto si comprime. Settimane che sembravano infinite diventano un racconto da quattro frasi. I numeri che segnavi ogni sera smettono di contare. Resta qualcosa di più piccolo e stranamente preciso: il rumore del dispenser del gel, l'infermiera che si ricordava il tuo nome, la prima volta che ti ha stretto il dito con tutta la mano.

E resta un'altra cosa, se la lasci restare: un'abitudine. In quel reparto hai fatto quello che a molti uomini a casa non viene in mente per anni. Ti sei presentato a un'ora fissa, hai chiesto cosa serviva, l'hai scritto, e l'hai rifatto il giorno dopo senza che nessuno te lo chiedesse. Tua moglie ti ha visto fare questo per un mese. La tentazione, quando siete tutti a casa e tutti sani, è di lasciarlo scivolare — di tornare a essere quello che dà una mano quando gliela chiedono. Non farlo. L'uomo che ha imparato a gestire il giro del latte e a fare la domanda giusta al giro visite sa già come si fa a essere l'altro tipo di marito. L'ha imparato in un posto difficile, ma l'ha imparato.

Se vuoi una mano a non perdere quell'abitudine quando l'ospedale è alle spalle, Better Husband ti propone ogni giorno una cosa piccola e precisa da fare per tua moglie e per tuo figlio. È uno strumento, non una conversione — ma nei mesi dopo una terapia intensiva neonatale, quando siete sfiniti tutti e due e nessuno controlla come sta il matrimonio, un piccolo promemoria quotidiano è spesso esattamente della misura giusta.

fatherhood, premature baby, presence

Read in English

Tutti gli articoli